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Comune di Bertiolo

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Artisti

"1502, 6 agosto, Virco. I camerari debbono pagare a m° Antonio, "pittore da Udine", ducati 3 per pitture nella chiesa" (APU, t. 25, p. 178v).
Non si conosce altro di queste pitture, andate distrutte o disperse. E’ comunque importante sapere della presenza a Virco di "questo singolare pittore fiorentino, abitante a Udine a partire almeno dal 1484, legato da particolari rapporti d’affetto, di lavoro e d’amicizia con Pellegrino da S. Daniele che ebbe a bottega in giovane età".

 

Altre sue opere sono documentate in zona, ma ora disperse, nella chiesa di S. Paolo al Tagliamento (1487), forse a Muzzana (1492), nella vecchia plebanale di Codroipo (1498), a Lestizza (ante 1506).
L’opera più nota di questo artista si conserva nel ciclo dell’atrio presso l’Abbazia di Sesto al Reghena. Di valore anche quello conservato nella chiesetta di S. Cecilia di Rivolto, dove ha affrescato la volta a crociera del presbiterio.

La Giacomini (1996, pp. 205-210), osserva come questo, pur essendo un pittore modesto, per la sua formazione culturale, ha portato in Friuli "una ventata di novità e una robustezza plastica capace di contrapporsi al linearismo quasi gotico che caratterizzava la pittura friulana alla fine del Quattrocento".

Biagio Cestari

La pala del primo altare laterale di destra della chiesa maggiore di Bertiolo, che nella Visita Pastorale del Card. Daniele Delfino, Patriarca di Aquileia, compiuta nel 1749, risulta dedicato a S. Valentino, è opera del pittore osovano Biagio Cestari (not. ca. 1748-1782). Si tratta di un artista ancora tutto da studiare, che, come scrive il Bergamini (1996, pp. 195-199) fu a lungo attivo, oltre che nella terra natale, anche nei paesi lungo il Tagliamento e a Portogruaro dove, nella chiesa di S. Agnese, si conserva la sua opera più bella: la pala di "S. Nicolò dei Marinai", datata al 1748.

Nel nostro territorio alcune sue opere si conservano nella sacrestia della chiesa di S. Lorenzo di Sedegliano, a Bagnarola, nell'Abbazia di Sesto al Reghena, e alcuni affreschi devozionali a Jutizzo e a Pozzo di Codroipo.
E' discontinuo nei risultati: talvolta decisamente apprezzabili, altre volte provinciale oltre ogni limite.

Francesco Pavona

Di questo autore è la pala della Madonna del Rosario, posta nel secondo altare laterale di destra della chiesa di S. Martino di Bertiolo, secondo la condivisibile attribuzione del Bergamini (1996, p. 39), che ha discusso e rifiutato la precedente definizione di "palmesco" della critica.

Francesco Pavona (Udine 1692 - Venezia 1774), fu inizialmente allievo di Giacomo Carneo, per poi formarsi a Bologna alla scuola di Gian Gioseffo del Sole. In seguito aderì alla scuola veneziana e, per quanto attiene ai ritratti, alla maniera della Carriera. Frequento anche l'Accademia di Venezia.

"L'udinese Francesco Pavona, pittore dalla vita avventurosa la cui personalità è ancora tutta da mettere a punto. Ma le pale d'altare fino ad oggi recuperate in Friuli (a Bertiolo, inedita, Romans, Flambro) e i "ritratti" di Santi scoperti fra Gorizia e Cormons" scrive il Bergamini (1996, cit.) "non sembrano giustificare appieno la fama di cui godette presso le corti di Portogallo, Spagna, Danimarca, Svezia, Baviera .... Giudizi contrastanti anche in merito alle sue opere ( .... )". In tal senso F. di Maniago ci informa come i quadri di soggetto sacro risultassero sgraditi ai fedeli, contrariamente ai ritratti molto apprezzati (cfr.: quanto riportato dal Bergamini: "... dal diario dei Notatori Gradenigo si ha notizie di un "ritratto del Doge Mocenigo a pastello, dipinto dal valoroso e stimato Francesco Pavona, friulano insigne e incomparabile in questa arte, nella corrente età". Ancora nel 1763, con dieci voti favorevoli e otto contrari, veniva preferito al Canaletto nell'ammissione all'Accademia di Venezia!").

Dallo studioso viene evidenziato come sia stato possibile tutto ciò; il Pavona, infatti, risulterebbe "favorito" dalla sua stessa indole caratteriale e dall'appoggio della famiglia Savorgnan. In una lettera del co. Giovani Savorgnan indirizzata da Venezia in data 6.1.1730, al Pievano di Flambro Mons. Giuseppe Bini tra l'altro scrive: "... il Pavona è un buonissimo matto quanta basta per essere buon pittore ma non ha molta voglia di lavorare".

E agli ottimi rapporti del Pavona con i Savorgnan, giurisdicenti della Contea di Belgrado, con sede a Flambro, come detto, si deve il successo dell'artista, autore anche di due pale d'altare per la chiesa plebanale di Flambro, mentre il de Renaldis (ms. Jo 274, c. 33 r.), ricorda che "nel Palazzo de' Coo. Savorgnani vi sono alcun'altre sue pittore, tutte in tela".

In questa temperie di giudizi, si rileva che la pala del Rosario di Bertiolo è certamente, tra quelle di soggetto chiesastico, una tra le più riuscite. Nel brano emerge la solenne, elegante figura della Vergine, in piedi, con il Bambino da lei seduto sulle nubi. E questo luminoso colorismo si contrappone alla figura terrosa dell'orante, colto di profilo, posto in basso a destra e con la complessa orchestrazione angelica che definisce e impreziosisce la scena in una atmosfera dorata, suadente.

Il Loche

Nelle poche e pur brevi citazioni su Bertiolo viene riportata la notizia che il soffitto della chiesa maggiore sia affrescato alla fine del Settecento da certo pittore francese Loche.
Nella volta del presbiterio c'e la scena della Ascensione, mentre in quella della navata, affiancato da due inserti allegorici, c'e il brano centrale con i Santi Martino e Giuseppe in gloria, sovrastati dall'incoronazione della Vergine.

I brani sono evidenziati da cornice modanata aggettante. Sono dipinti piuttosto freddi, accademici, denunciando un'impaginazione stereotipata e monotona. Prelude il momento neoclassico.
Di questo pittore francese non si conosce nulla e, se non vado errato, pare citato solo per quest'episodio. E' ipotizzabile un suo "passaggio" nel contesto della temperie napoleonica.

Gregorio D'Orlando

Goi e Bergamini sulla base di una notizia documentaria (cfr; APFlambro, Vener. Chiesa de' SS. Daniele ed Agostino di Virco Veneto 1774-1813, cc. 182r, 189 v) ci informano della presenza, a Virco nel 1802, del pittore Gregorio D'Orlando "per la facitura e pitura della pala dell'altar e di S. Antonio compresa la soazza ed indoratura - £. 266"
Dello stesso autore si conserva in zona la Via Crucis nella chiesa di Ariis di Rivignano.

Odorico Politi

quadro del pittore Politi"Nella chiesa della parrocchia. Un San Martino a cavallo dell'udinese Politti. Il Santo cavaliere è in atto di taliare, colla spada, un lembo del mantello per darlo ad un mendicante seminudo, che, la leggenda dice fosse il diavolo, sotto sembianze umane. Lo ricorda il Ciconi": cosi viene descritta da G.B. Fabris nel 1896 l'opera pittorica più importante (o sicuramente più nota), per la quale Bertiolo è menzionato un po' in tutte le pur fugaci schede monografiche illustranti il territorio.

Il grande quadro, appeso sulla parete a destra del presbiterio e che fa pendant con il maestoso pulpito ligneo, venne commissionato come ex-voto dal dott. Giacomo Mantoani nel 1832 ad Odorico Politi (1785-1846) "principe dei pittori udinesi ... ritrattista amabile e frescante sapiente".

Nel brano bertiolese - come anticipato dal Fabris - è effigiato il santo, Patrono della parrocchia, nell'atto di donare il proprio mantello al povero, nella consueta tradizione iconografica popolare, in cui emerge quasi da vero protagonista lo splendido esemplare di cavallo bianco e il rigoglioso paesaggio al naturale che fa da sfondo alla scena.

Nel complesso l'episodio appare piuttosto freddo e manierato, come del resto un po' tutte le pitture politiane di soggetto sacro che si conservano in molte chiese friulane e venete, troppo rifinite, pompose e impersonali, seguendo le esigenze dei committenti, ma che, nonostante tutto, sosterranno una dignitosa correttezza ed una apprezzabile sincerità".

Diversamente si esprimerà nella ritrattistica, genere per il quale ancora si raccomanda.
Odorico Politi, dopo la prima formazione artistica con l'abate Tosolini, nel 1806 si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ebbe come maestro il classicista Teodoro Matteini. "L'ascendente maggiore sul Politi fu sempre esercitato dalla pittura settecentesca e rinascimentale, segnatamente tizianesca di cui cercò di far proprie l'armonia dei colori intrisa di luce e la morbidezza delle velature".

Assieme ai due condiscepoli (l'Hayez e il bellunese De Min) si trasferì a Roma, continuando a studiare e ad esercitarsi per conto proprio nei musei e nelle sale d'anatomia. Durante il soggiorno nella capitale, che si protrasse per quattro anni, il Politi ebbe modo di frequentare Antonio Canova. Nel 1813 dovette rientrare in famiglia, a Udine, per questioni ereditarie essendogli morto il padre. Da allora si dedicherà principalmente alla produzione artistica su committenza.
Si annoverano numerosi ritratti caratterizzati dall'espressione psicologica ed acuta, tra cui quello del conte Bartolini, l'abate Dalmistro, il presule Rasponi.

Gli affreschi e i quadri di soggetto "profano" (storico, mitologico e allegorico), tra cui la decorazione del salone del Palazzo Reale di Venezia (Museo Correr), le opere udinesi di Palazzo Antonini (Banca d'ltalia) e i numerosi dipinti dei Civici Musei, evidenziano eloquentemente la levatura artistica del Politi e la popolarità raggiunta presso le facoltose famiglie locali.
L'artista, pur restando svincolato dalle imposizioni di gusto neoclassico dei committenti, riuscirà a far trasparire una propria personale sensibilità, cogliendo con tagliente efficacia la singola soggettività caratteriale.

Va ricordato, infine, che Politi avrà l'onore di succedere allo stesso Matteini nella cattedra all'Accademia (1831).
"Se nella cornice dell'arte veneziana, la tradizione settecentesca potè saldarsi col caldo romanticismo dell'Ottocento senza subire una totale eclissi neoclassica" scrive il Marchetti (1959, p. 592) "il merito fu in gran parte di Odorico Politi, che da buon friulano respinse l'enfasi retorica di quella corrente di archeologi foscoleggianti".
Significativo è il dipinto raffigurante la Modella, in cui coesistono grazia barocca e realismo romantico.

Al Politi faranno da corona il ritrattista Luigi Pletti e i pittori Sebastiano Santi, Domenico Paghini e Filippo Giuseppini, favorendo - ognuno nella propria misura - una vera e propria cor-rente stilistica che ha caratterizzato un precise capitolo dell'arte locale.

Rocco Pittacco

quadro del pittore Rocco PittaccoIl pittore Rocco Pittacco è nato a Udine nel 1822 ed e morto a Vicenza nel 1898. Ad esso si deve la bella pala d’altare raffigurante la Madonna con Bambino, S. Anna e Santi, attualmente appesa a sinistra dell’arco trionfale della chiesa parrocchiale di Pozzecco.

Di chiara impostazione neorinascimentale, l’autore ripropone infatti lo schema "piramidale" e la collocazione gerarchica santorale, la Madonna è assisa in maestà su alta zoccolatura, preceduta dai Santi Giacomo e Gioacchino, in mistica conversazione.
La vecchia S. Anna, invece, e ritta in piedi, è appoggiata sullo schienale del trono e fissa Gesù bambino, il vero protagonista della scena, sovrastata dal quasi impercettibile Padre Eterno, che si intravede in alto, tra le nubi dorate.

Il racconto si sviluppa in un’ambientazione architettonica neoclassica, dai puntuali riferimenti stilistici quali il tempietto rotondo, sullo sfondo a destra.
Il quadro di Pozzecco costituisce un raro esempio di pittura ad olio su tela per l’artista di cui, invece, si conservano numerose brani d’affresco più o meno noti. Basti ricordare gli affreschi della vicina chiesa parrocchiale di Galleriano, ed ancora a Torsa (altare di S. Rocco), Varmo (soffitto della pieve), Risano; nel 1851 restaura un’ancona nei pressi di Castions di Strada, e infine il capitello "Quo Vadis" di Pozzuolo.

Il fecondo e fantasioso affrescatore udinese è stato incaricato nell’impegnativa decorazione della Cappella dell’Apparizione presso il Santuario di Barbana. "Con ricchezza di fantasia e gran sfarzo di colori" scrive il Meneghin (1980, p. 120) "dipinse il trionfo dell’Immacolata sulla terra e in cielo ...In questi affreschi si muove un esercito di figure, qualche centinaio, alcune di buona fattura. Un po’ bizzarro, come in tutte le sue opere, così anche in questa ama far sfoggio di questo suo carattere e virtuosismo artistico".

Tra le sue opere in terra friulana, la più importante e complessa e la sontuosa decora-zione della parrocchiale di Talmassons, nel cui presbiterio affresca brani della vita di S. Lorenzo, e nella navata i fasti della Chiesa patriarcale di Aquileia, con fare solenne e monumentale. Ed è questa l’espressione più alta e significativa dell’artista.

Ancora a Talmassons, lascia altri affreschi nella casa canonica, apprezzabili per le puntuali descrizioni architettoniche.
La Visentin (s.d., pp. 21-34), prescindendo dalla grande quantita di opere realizzate tra Friuli e Veneto, osserva "che il Pittacco non è un artista marginale. Sicuramente è un pittore di professione, e di gran moda nell’Ottocento ... E’ una produzione che in area friulana continua a vivere come riflesso dell’arte veneziana e della sua Accademia, nelle opere neoclassiche di Canal, nella pittura di storia di Politi, nel neocinquecentismo di Grigoletti, artisti operanti nella prima metà del secolo. In questo contesto Rocco Pittacco matura la sua sensibilità artistica, un suo linguaggio".
"Una pittura" scrive il Bergamini (1986, p. 242) "che, per la teatralità dei gesti e delle pose, oggi lascia affatto indifferenti, ma che all’epoca dovette senza dubbio far presa sugli animi".

Giovanni Fantoni

L'Ancona della Madonna, dedicata al Carmine, ovvero "la Statue" di Pozzecco, come ci informa il Passone è stata costruita nel 1925; la precedente, realizzata nel 1770 a seguito di un voto della popolazione liberata da un'epidemia, fu demolita, dopo controversie, per far posto al Monumento ai Caduti. Nel 1930, il pittore gemonese Giovanni Fantoni, sul tema precedente, ne ha affrescato la parete frontale interna con una Madonna con Bambino affiancata dai Santi Sebastiano (a sinistra) e Rocco (a destra), a memoria della devozione dell'antico voto; sotto è posto il titolo di "Regina Pacis". Nelle arcatelle esterne delle pareti laterali, ha dipinto i Santi Tarcisio e Agnese, devozioni peculiari del tempo.

Purtroppo, le pitture del Fantoni risultavano pressoché illeggibili, a causa delle intemperie e così, nel 1989, in occasione del restauro complessivo dell'ancona, gli oramai evanescenti affreschi sono stati sostituiti da splendidi brani musivi del compaesano Alverio Savoia.

Giovanni Fantoni appartiene ad una delle prolifiche botteghe gemonesi dove, come scrive Buora (1986, p. 311), "si poteva ordinare di tutto, dai gonfaloni alle pitture su tela e tavola, alle sculture, botteghe che lavoravano molto anche per la Carinzia e la Slovenia fino alla prima guerra mondiale".

Nel nostro territorio si conservano opere del Fantoni nelle chiese di Nespoledo (1924); S. Lorenzo di Sedegliano (1926); Villacaccia (1929) e Sclaunicco (1930, contemporanea al lavoro di Pozzecco). Le sue pitture sono definite dal Bergamini (1986, p. 57) "non brutte, ma anacronistiche e ripetitive", meritevoli comunque di una giusta collocazione nella panoramica culturale figurativa più ampia, quale espressione della pietà popolare, mediata dalla Chiesa locale.

Pier Antonio Senci

G.B. Passone scrive che il coro della parrocchiale di Pozzecco "... veniva decorato ... con progetto ed esecuzione del prof. Pier Antonio Senci"; e i due grandi affreschi delle pareti laterali del presbiterio raffiguranti "La chiamata di Andrea e Paolo" e "La crocifissione di S. Andrea" sono firmati "PA. Senci Pinxit A.D. MCMXLV".
Si tratta di un autore pressochè sconosciuto alla critica, ma meritevole di rivalutazione. Interessante è infatti la soluzione "preziosa", neobizantineggiante del catino absidale, con il Pantocratore in clipeo, affiancato da santi e palme stilizzate, su un ipotetico fondale aureo.

E la raffinata simbologia iconografica prosegue nei pennacchi e nella calotta del presbiterio.
Nell'arco trionfale, seguendo schemi antichi, c'e la scena dell'Annunciazione, mentre nell'introdosso e in altri momenti spaziali dell'edificio, troviamo dipinti tondi con busti di santi cari alla devozione locale.
I lunettoni tra le paraste della navata riportano figure di angeli con gli strumenti della Passione.

Nelle pareti laterali del presbiterio vi sono i due brani citati, risolti in maniera descrittiva e dai colori accesi, popolareschi.
Sempre questo pittore ci lascia un inedito ex-voto, olio su tela, firmato: "P.A. Senci A.D.'49".
Questa decorazione pittorica rivela un gusto accademico di fondo, mediato da una predilezione per riletture di antichi schemi (come il catino absidale), in una metamorfosi stilistica. Gli stilemi ancora Liberty sono mutuati nelle figure angeliche, con evidenti richiami ad istanze simboliste e decadenti.

Ma il Senci fa proprie le aspettative della gente quando interpreta le colorate scene agiografiche, in ambientazioni architettoniche e paesaggistiche mirate. In questi brani si osservano una straordinaria correttezza nell'impianto scenico e una raffinata tecnica.

Insomma, il fedele-spettatore è invitato ad entrare in questo mondo soprannaturale, reso accessibile dai puntuali particolari di vita quotidiana e dai volti della gente locale, in cui s'identifica. Nella stessa chiesa è documentata inoltre la presenza operativa del Deganis di Torsa.

Del Senci abbiamo anche una personale interpretazione del brano "Lasciate che i bambini vengano a me", il cui primo personaggio di destra ha le sembianze fisognomiche dell'Arcivescovo di Udine Mons. Nogara, dipinto che si conserva nella sala-cappella.

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