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Comune di Bertiolo

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Scultura

LA MADONNA DI SCRENCIS

E’ con devozione e rispetto che si può descrivere questa scultura lignea, oggetto di tanta attenzione da parte della gente (e dei bertiolesi in particolare) lungo i secoli.
D’epoca imprecisata, la sacra immagine è in legno intagliato gessato e dipinto a colori naturali; raffigura la Madonna che sorregge il Bambino in piedi. Il Gruppo poggia su un finto mensolone modanato e rozzamente scanalato, affiancato da paraste affini.
Per le piccole dimensioni della scultura (cm. 32x24), l’immagine è stata avvalorata da elaborate cornici lignee dorate.
L’ultimo restauro è stato compiuto nel 1962, presso un laboratorio di Firenze, che ha previsto il consolidamento del supporto ligneo e la sostituzione della vecchia cornice, con una più appropriata.
Nella sua storia del Santuario, don Placereani (1921, p. 12) scriveva che si conservava anche una cassetta lignea, rozza e povera, in cui, secondo la tradizione, fu trovata la sacra immagine; purtroppo, in seguito, andò dispersa.

LORENZO DI BARTOLOMEO di S. VITO

Il Zoratti (1967) tra le opere antiche, ma di cui non vi e oggi più traccia, segnala "Una ancona per un privato di Virco ad opera di Lorenzo di Bartolomeo di S. Vito, 1521".
In base a similitudini stilistiche si potrebbe ipotizzare che le due statuette lignee raffiguranti i Santi Rocco e Sebastiano, oggi allogate nella cimasa dell’altare laterale del Crocifisso, nella chiesa di Virco, possano aver fatto parte di quest’opera.
Le due immagini, abbondantemente impiastricciate di colori e smalti, dopo un attento restauro, potrebbero rilevare qualche sorpresa.
Lorenzo, assieme a Vincenzo e Marco, era figlio di Bartolomeo da S. Vito, conosciuto come "dall’Occhio", per 1’insegna di un grande occhio entro un triangolo (simbolo del Padre Eterno) che teneva in Mercatovecchio a Udine.
Lo scultore sanvitese, documentato dal 1466 al 1511 (anno in cui morì di peste), mostra una convincente adesione al gusto rinascimentale, differenziandosi comunque da Domenico da Tolmezzo. Ebbe a bottega, inizialmente, anche Antonio Tironi. Tra le sue opere, ricordiamo la Madonna con Bambino nella chiesa di Straccis (Camino al Tagliamento).
Dell’operate del figli, continuatori della fiorente bottega poco o nulla si sa, comunque rimangono solo del mediocri interpreti degli schemi paterni.

ANTONIO TIRONI

Dai Registri dello Joppi, "Contributo quarto ...", nell’elenco di alcune opere del Tironi compare la piccolo ancona per la chiesa di Pozzecco datata 1527. Sempre dallo Joppi ricaviamo che Tirone (o Tironi) fu un esperto indoratore e un vero maestro della scultura lignea.
Di origine bergamasca (nato forse nel 1470), venne a stabilirsi a Udine verso la fine del 1400; si ha notizia che inizialmente lavorasse nella bottega di Bartolomeo Dall’Occhio, in Mercatovecchio. E’ documentato a Udine tra il 1506 e 1528, anno della sua morte.
Bergamini (1981) osserva che, alla pari di analoghe opere di Giovanni Martini, quella del Tironi (rif.to ancona di Dierico), sia particolarmente significativa, perchè "tiene conto della nuova impronta rinascimentale della struttura architettonica".
Pur non avendo apprendisti o aiuti, la sua bottega influenzò comunque tutte le maestranze locali del tempo.
Pugnetti e Sollero (1984), scrivono che "quasi tutti gli intagliatori nostrani dell’ epoca presero qualcosa dal Tironi, chi il verismo dei volti, chi il movimento, talora contorto, delle figure, chi il modo accademico di trattare il panneggio".
La fama del Tironi in campo artistico è suffragata dalle numerose citazioni in documenti di stima delle opere che vi si sottoponevano. Quasi tutte le committenze a quest’artista erano regolate da opportune convenzioni o contratti, in considerazione degli elevati compensi pretesi.

DOMENICO DA TOLMEZZO

Tra le opere scomparse di Domenico da Tolmezzo, il Marchetti (1962, s.p.), sulla base di documenti raccolti dallo Joppi, dal Cavalcaselle e dal Valentinis, porta a conoscenza di un’opera non specificata per Pozzecco, la cui convenzione porterebbe la data 1495. Sicuramente potrebbe trattarsi di una scultura o un’ancona lignea.
Domenico Mioni, detto "da Tolmezzo" perchè vi nacque attorno al 1448, dal 1462 è a Udine, dove tiene una rinomata bottega fino alla morte avvenuta nel 1507. Pittore, ma soprattutto intagliatore, e, in tal senso, il massimo esponente del XV secolo. "Pur rifacendosi largamente al mondo del gotico veneziano nelle cornice e nelle strutture architettoniche dei polittici, giunge ad un realismo del tutto personale nell’esecuzione dei volti, dei quali ricerca la caratterizzazione".
Il Rizzi (1983, p. 22) osserva come "Domenico da Tolmezzo, più che artista rivoluzionario e monologante, si qualifica sensibile e puntuale "esegeta" della fede popolare e della realtà sociale, di cui riesce a cogliere gli umori più nobili e genuini, voltandoli in freschi e fragranti brani di scultura, in sintonia con l’analoga operazione portata avanti col pennello da Gianfrancesco da Tolmezzo. Il suo linguaggio" prosegue "prima intorpidito da accezioni nordiche, andrà man mano affinandosi in chiave latina e veneta ... Certamente egli è il più autorevole esponente della cosiddetta scuola tolmezzina (è lui che spiana la strada al Martini) ...".
Sue opere nel nostro territorio (oggi disperse): a Grions (contemporanea a quella di Pozzecco), a Tomba di Mereto, Codroipo, Villorba, Pozzo di Codroipo, Talmassons, Flambro, Ariis, Mereto di Tomba, Canussio e S. Marizza di Varmo.

GIOVANNI MARTINI

Il Rizzi, riporta la notizia che tra le opere andate perdute o distrutte di Giovanni Martini esisteva un polittico per la chiesa di Pozzecco realizzato nel 1531. E cosi, a di stanza di appena quattro anni dall’opera di Domenico da Tolmezzo, la comunità di Pozzecco arricchisce l’arredo cultuale commissionando un’opera ad un artista molto in voga nel tempo.
Figlio dell’intagliatore ligneo Martino da Tolmezzo, Giovanni Battista di Martino da Tolmezzo, detto "Martini", nasce a Udine verso il 1470, ove dopo un’intensa attività artistica, vi morirà il 30 settembre 1535.
Dell’iniziale soggiorno a Venezia, apprenderà l’arte del dipingere da Alvise Vivarini; nella veste di pittore si occuperà, con lusinghieri risultati solo alcuni anni e alcune sue opere si conservano nel Duomo di Udine, a Spilimbergo e a Portogruaro. Ma il Martini e conosciuto soprattutto come scultore, che eredita l’affermata bottega Domenico da Tolmezzo, divenendone continuatore e protagonista del XVI secolo.
Come intagliatore ligneo, a lui si deve lo splendido e celebre altare di Mortegliano (1526) e l’altare di Prodolone di S. Vito.
La sua produzione lignea documentata è vastissima. Dall’elenco redatto da Marchetti e Nicoletti, si deduce che nella nostra zona esistevano sue opere a Variano, a S. Marco di Mereto di Tomba, a Rivolto, a Pozzo di Codroipo, a Tomba di Mereto, a Flaibano, a Coderno e a Galleriano. (Per motivi di spazio, sulla figura e l’opera del Martini, si rimanda l’attenzione ai riferimenti bibliografici).
A questi modelli stilistici si rifà la statua lignea di S. Martino, gia conservata nella nicchia di controfacciata nella chiesa parrocchiale di Bertiolo.

GIOVANNI DELLE CANTINELLE

Nell’Archivio Patriarcale Udinese (T. 69, f. 29), si conserva il seguente documento: "1590, 25 novembre, Pozzecco. La chiesa deve pagare al pittore per un tabernacolo ligneo le restanti £. 20".
Non si sa altro di quest’opera andata distrutta, probabilmente pertinente alla chiesa di S. Andrea.
L’artista appartiene ad una delle più importanti famiglie di pittori-intagliatori friulani del Cinquecento. Tra i cui componenti vi erano Pietro, Francesco e Antonio seguiti dai rispettivi figli.
Tra questi si distinse soprattutto Francesco (Udine 1515-1593). Egli fu doratore, architetto, ingegnere, ma soprattutto pittore. In tale veste si palesa seguace, alla lontana, di Pellegrino da S. Daniele e del Pordenone; mostra, tuttavia, d’aver sentito forse più di ogni altro pittore minore friulano, l’ascendenza raffaellita per il tramite di Giovani da Udine.
Piuttosto macchinoso nell’invenzione, spesso debole nell’esecuzione si riscatta per una particolare dolcezza dei volti e per una correttezza del disegno. Giorgio Vasari nelle sue "Vite" definisce il Floreani "bonissmo pittore e architetto".
Giovanni Floreani, detto "delle Cantinelle", attivo tra il 1579 e il 1599 (anno della sua morte), era figlio di Pietro e nipote di Fran-cesco, con cui inizialmente lavorò, per poi mettersi in proprio. Fu un pittore e intagliatore di modesta levatura.
Altre sue opere documentate in zona, anch’esse oggi disperse, sono un tabernacolo ligneo per la Pieve di Flambro (1588), un’ancona per la chiesa di Sant’Andrat (1589) e per Pantianicco.

IL S. SEPOLCRO DI POZZECCO

Indubbiamente, per chi visita la chiesa di S. Andrea di Pozzecco, desta meraviglia trovare conservato all’interno un meraviglioso S. Sepolcro in legno intagliato e dorato di fattura barocca.
Viene citato anche dal Goi, nello studio sulla scultura del Settecento nel Friuli Venezia Giulia, che stilisticamente lo colloca "vicinissimo al fare di Andrea Brustolon". Siccome non vi sono riscontri archivistici, documentari, si ritiene che quest’importante oggetto sia acquisito dalla locale chiesa per donazione di privati; infatti, abbiamo citazioni a riguardo solo a partire dall’inizio del secolo.
In una relazione di Giuseppe Bergamini indirizzata alla Parrocchia di Pozzecco emergono queste autorevoli osservazioni: "... E’ uno dei rilievi più interessanti tra quelli ancora esistenti nelle chiese friulane ed e tanto più pregevole per la sua unicità". Benchè ignorato dalla critica precedente, Bergamini nella sua nota scrive che "il tabernacolo è probabilmente uscito dalla bottega di un artista di molta cultura e di grandi capacità tecniche della fine del XVII-inizi XVIII secolo. L’eccezionale ricchezza dell’apparato decorativo, l’equilibrio della composizione, la delicata fattura del puttini dai volti dolcissimi, fanno ritenere che si possa addirittura avanzare ... il nome del grande zoldano Andrea Brustolon (1662-1732) il maggiore degli intagliatori lignei del Veneto nel periodo barocco".
E’ di particolare interesse anche la porticina del tabernacolo-Sepolcro, raffigurante la Pietà, di buona mano.

IL CROCIFISSO DI POZZECCO

Ad esemplificazione dei diverse crocifissi lignei, di varie epoche e caratteristiche stilistiche, esistenti nelle chiese della zona di Bertiolo, si prende in esame quello della parrocchiale di Pozzecco, oltremodo interessante.
Nella consueta impostazione iconografica, il crocifisso ligneo policromo, di ignoto intagliatore locale, è databile al secolo XVII, con evidenti aggiunte successive, per evidenti rotture di parti aggettanti (mano destra e dita dell’altra).
E’ un dignitoso prodotto dal palese linguaggio provinciale, che, tuttavia, rivela una buona tecnica esecutiva. Il corpo, appena abbozzato, plasticamente elegante ha incarnate pallido, che evidenzia la drammaticità dell’evento.
Il capo, leggermente reclinato e caratterizzato da breve barba e capelli fluenti, coronato di spine.
Superiormente, nella croce e affisso il coevo cartiglio "INRI"; la grande croce lignea, nera, con volute espanse alle estremità dei bracci, non è originale. L’opera e stata restaurata nell’1987.

LE POLTRONE MADREPERLATE

L’arredamento della chiesa maggiore di Bertiolo è sicuramente notevole: i superbi stalli del coro, i confessionali, tra cui, in particolare, quello a destra del presbiterio, molto raffinato nei suoi intagli e tarsie, e lo splendido pulpito, vero trionfo barocco.
Ma di gran lunga l’elemento più interessante è costituito dal gruppo di tre poltrone, due sgabelli e leggio, in legno intagliato e madreperlato, con filamenti di ottone.
Un episodio forse unico nella panoramica del mobile friulano, appunto per l’abbondante impiego decorativo della madreperla al posto della più comune tarsia di altra essenza di legno o di decorazioni pittoriche. Si tratta certamente di una produzione artigianale veneziana.
Sorprendente è l’effetto del bianco delle decorazioni sul nero del legno d’ebano. Lo schema costruttivo, l’ossatura dell’arredo è abbastanza rigido e risente di vaghi stilemi cinquecenteschi; uniche concessioni sono date dalle traverse e dagli schienali con intelaiatura a volute.
Nella cimasa della poltrona centrale, si evidenzia un medaglione contornato da motivi floreali madreperlati, entro il quale e raffigurato su madreperla intarsiata un elegante S. Giovanni Battista, con i suoi attributi iconografici.
La stessa caratteristica tecnica e stata impiegata nel realizzare la Madonna con bambino nel leggìo.
Si ritiene che questi arredi, che esulano da schemi culturali indigeni e per i quali non si giustificherebbe altrimenti la presenza in una chiesa comunque gerarchicamente non importante, siano stati donati dai Conti Savorgnan giurisdicenti del paese.
L’intero gruppo è stato egregiamente restaurato da alcuni anni.

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